CRITICA
I CONTENUTI - LA CIFRA STILISTICA

Un colore che si scioglie in emozione, uno sguardo che esprime un universo interiore, due occhi dalla bellezza infinita che manifestano una coraggiosa risposta allo sconforto, una città che diventa proiezione della condizione esistenziale contemporanea, luoghi abbandonati che sono metafora della desolazione e dell’afflizione… un’artista che empaticamente ascolta e racconta un rumoroso silenzio sociale e che al contempo sa estrarre la bellezza dal cemento e dall’asfalto. Rosy Mantovani dipinge, con grande sensibilità, la condizione umana odierna fatta di molta solitudine e di difficoltà di comunicazione. È una situazione paradossale perché proprio quando il mondo civile si è globalizzato, accorciando ogni distanza fisica e culturale, e si è unito in un’unica rete, attraverso i mass media ed i social networks, qualcosa è stato smarrito o, peggio, è andato perduto: l’essenza dell’umanità e la possibilità di condividere in concreto la propria esistenza. Si vive circondati dal caos del mondo ma si finisce per essere rinchiusi, come in una gabbia, nella prigionia di un IO che non trova modo di vivere come NOI. Il mito del progresso e la nuova religione del lusso e del divertimento lasciano dunque il campo al senso di una desolata e malinconica solitudine, alla depressione di fronte all’impossibilità di una vera comunicazione e condivisione e dunque al disinganno. Un’incomunicabilità che l’artista ritrae nei suoi personaggi: sempre in primo piano, sono gli unici attori in questo spaccato dell’esistenza, sono i soli protagonisti di un racconto emozionale perché non c’è nessuno accanto a loro che ascolti l’urlo della loro anima. Mantovani li ritrae completamente immersi nei loro pensieri, dimenticando ciò che gli accade attorno. Non ne sono partecipi, ne sono esclusi o forse se ne escludono perché impegnati a guardarsi dentro per capirsi. Accovacciate su un binario della stazione, in cammino lungo una via trafficata, girovagando tra le luci e le assordanti macchine del luna park, le sue figure sono sole, con lo sguardo altrove che non vuole incontrare l’attenzione e l’interesse di altri. Mentre tutto attorno è movimento e rumore, i suoi personaggi si muovono con un altro ritmo e con un altro tempo: il loro ritmo e tempo interiori, di un pensiero che scivola lento e profondo. Sono Attimi, sono un percorso continui di ricerca. In questo cammino verso la consapevolezza inizia la riscossa delle loro esistenze. Ne nasce una bellezza interiore e dunque una grazia esteriore, i suoi protagonisti diventano Fiori di strada. In quelle periferie desolate o rumorose, sudice o abbandonate si accende la bellezza degli sguardi di chi non demorde, di chi combatte… e forse vincerà. Non c’è compiacimento per la bellezza di questi volti e di questi corpi. C’è empatia. E infine ecco che si riscopre la bellezza della vita. È la possanza della resilienza. È un viaggio che ognuno di noi compie in se stesso. È il pensiero che domina questo mondo che, nello sforzo di raggiungere una consapevolezza e di ritrovare le forze per resistere, sembra perdere il colore. Una cromia selezionata e parca non ci distrae. Solo la figura è a fuoco, perché si è messa a fuoco. Il contesto si scioglie nell’emozione, si sfalda come uno sfondo perso nelle lacrime. Sono lacrime di colore che scivolano sulla tela come lacrime nascoste che urlano al mondo. Noi le dobbiamo ascoltare come l’artista. L’attenzione dell’artista si sposta infine puntandosi su quegli occhi, sullo sguardo, finestre dell’anima. Scompare lo sfondo, scompare la città, scompare il mondo, fino a che rimangono solo il volto e i pensieri. Sono i Ritratti. La materia sporca della città, della realtà urbana ferrosa è sempre presente, è la cortina da cui emergono con forza. L’impostazione dell’opera si semplifica ma si potenza la forza espressiva.
Testo critico a cura di Emanuela Fortuna
da RESILIENZE I Fiori dell'Anima
LA CIFRA STILISTICA

Esiste una dimensione identitaria del volto, l’insieme di tratti che rendono ciascuna fisionomia unica e riconoscibile. Ma esiste anche la capacità del volto di elevarsi a simbolo nell’arte di significati che trascendono il singolo individuo per conquistare un valore condiviso. Nell’opera di Rosy Mantovani, questo secondo aspetto giustifica il tramutarsi delle fisionomie femminili in immagini che pur richiamando, anche nel titolo, il genere del ritratto, non identificano una persona in particolare ma suggeriscono – attraverso un percorso visivo che integra tra loro in maniera corale tutti i dipinti dello stesso ciclo – il progressivo dipanarsi allo sguardo di metamorfosi interiori che trasformano il volto in un’intensa quanto fragile apparizione. Come nella celebre tautologia di Gertrude Stein “una rosa è una rosa è una rosa”, in cui la ripetizione della stessa parola fa sì che questa si carichi ogni volta di nuovi significati che la parola “rosa” da sola non contiene, allo stesso modo, osservando queste figure, potremmo dire che “un volto è un volto è un volto”, nella misura in cui ogni ritratto si lega all’altro e al contempo se ne differenzia rimarcando la distanza che divide identità e alterità. Se l’arte offre la possibilità di vedere con occhi nuovi aspetti della realtà già conosciuti, allora quelli raffigurati non sono più soltanto volti di donne che la pittrice ha immortalato cogliendone le differenti caratteristiche, ma diventano anche trascrizioni visive di concetti astratti – grazia, malinconia, solitudine, fierezza – che declinano il femminile, e più in generale l’animo umano, in una chiave universale. In altre parole, “un volto è un volto” ma è anche ciò che in quegli occhi, in quell’espressione indecifrabile, in quel sorriso mancato vogliamo e riusciamo a vedere, facendoci guidare dagli indizi che il Ritratto, colore, con le proprie diluizioni e densità, è in grado di suggerire. Per un artista, cercare di capire cosa si nasconda dietro il mistero del volto che ha davanti non è cosa poi così diversa dall’ostinazione che lo spinge a tentare di comprendere cosa ci celi dietro il mistero della pittura. Nel caso di Rosy Mantovani, entrambe le esperienze convivono nello spazio neutro della tela generando una tensione tra l’elemento figurale, qui inteso non solo come rappresentazione di un dato reale ma in senso pittorico anche come forma dai contorni misurabili, e la materia cromatica, che richiama invece la dimensione intangibile e illimitata dell’astrazione. A ben guardare, quello che potrebbe sembrare un combattimento tra due codici espressivi, ovvero figurazione e pittura informale, si rivela essere invece un armonico dialogo tra forma e colore, che si integrano l’un l’altra fino a creare un “corpo” unico e indivisibile, una fusione/sparizione della figura nella materia cromatica e viceversa. È un aggiungere spessore poetico all’immagine sottraendo dettagli inessenziali, dissolvendo i contorni, alternando alla fissità ieratica dei volti il dinamismo della stesura pittorica, all’evanescenza luminosa della figura – spesso rimarcata dall’applicazione di garze – i toni bruni e terrosi di macchie e colature. La stessa dialettica tra opposti contraddistingue la serie Fiori dell’anima, nella quale compito del colore non è più quello di stabilire un equilibrio visivo e di significato tra figurativo ed astratto, quanto invece di accentuare la condizione di giovani donne intrappolate all'interno di paesaggi distopici, periferie desolate la cui sola speranza è rappresentata dall'innocenza di queste figure. Hanno sguardi che interrogano l’osservatore mostrandogli una via di uscita da questi luoghi emblema di abbandono ed alienazione, veri e propri inferni urbani creati dall’uomo contro l’uomo. Il loro candore indica una possibilità di rinascita per il mondo, un riscatto che può compiersi restituendo importanza a valori ormai perduti, come fiori estinti che rivivono all’alba di un nuovo giorno.
Testo critico a cura di Daniela Pronestì
LA PREMESSA STORICA

L'arte ha accompagnato la storia della civiltà dalla notte dei tempi, o meglio, dagli albori della coscienza umana con i celeberrimi graffiti e dipinti di Lascaux risalenti forse a 18.000 anni fa, ora patrimonio mondiale tutelato dall'UNESCO. Un'epoca puramente indicativa che, se non certifica con esattezza la nascita dell'arte figurativa, testimonia quantomeno il bisogno primordiale di rappresentare e consacrare la Natura, i fenomeni connessi alla vita ed al suo mistero secondo la mimesis, ovvero l'imitazione. Lo sguardo dei nostri progenitori artisti era dunque puramente emulativo e volto alla raffigurazione fedele di animali, piante o paesaggi, senza implicazioni emozionali o psicologiche. La stessa impressione la ricaviamo dall'arte assiro-babilonese o da quella egiziana. Qui l'intento è documentare avvenimenti storici o religiosi con il distacco del cronista che svolge il suo lavoro senza commenti a margine. Con le sculture e pitture dei Greci prima e dei Romani poi, l'arte inizia a rivelare aspetti inediti fino a quel momento. Soprattutto nella scultura vi è l'esaltazione della forza, del carattere dei personaggi nel pieno delle loro prodezze belliche e, in generale, l'epopea di un tempo che ancora oggi ci appare vivo grazie a quelle solenni forme marmoree che restituiscono il palpito vibrante dei corpi. Una fenomenologia della rappresentazione che si lega indissolubilmente ad una parola: realismo. Un termine, quest'ultimo, che già dall'analisi del suo etimo (res, dal latino, significa 'cosa') rivela la presenza di avvenimenti concreti, tangibili per l'interpretazione dello sguardo. I canoni di questo movimento vengono definiti in Francia subito dopo il 1850 con la pittura 'viva' di Courbet, ma l'arte è sempre stata raffigurazione realistica. Dovremo attendere l'inizio del novecento per vedere sovvertita questa tendenza. Dalle premesse degli impressionisti francesi che iniziano a scomporre figure e paesaggi fondendoli in un unicum, l'arte assumerà le connotazioni di linguaggi astratti ed informali dove non conterà più il percepire definito dello sguardo imitativo ma il sentire (e rappresentare fuori da ogni regola convenzionale) – con personalissima sensibilità e metodo – il mondo circostante.
IL REALISMO
La contemporaneità, alla luce delle molteplici esperienze trascorse, offre infinite possibilità tecniche e soluzioni espressive, dalla tradizione all'innovazione più ardita. L'estetica non è più dogma assoluto che unifica bensì valore personale che fa storia a sé, senza necessariamente riferirsi al precedente. C'è l'artista che si identifica nell'azione della performance e si ritiene svincolato da qualsiasi implicazione stilistica o estetica, nella considerazione che l'unica cosa che conti sia la manifestazione di un'idea forte, trasgressiva e vincente; ci sono gli esponenti dei linguaggi d'avanguardia del novecento, autentici sovversivi della classicità della forma. Infine, gli artisti più conservatori sempre fedeli al metodo, allo studio di un Vero che non è esercizio stilistico ma dimensione di profonda indagine antropologica, psicanalitica o sociologica. Artisti che non intendono rinunciare ai dettami accademici, all'armonia sacra delle proporzioni e, in ultima analisi, alla destinazione originaria dell'arte quale confronto con la Natura e percorso interiore. Il realismo non propone espressamente temi religiosi, mitologici o allegorici ma i fatti per come si presentano, sovente con marcate implicazioni sociali. E' il caso di Rosy Mantovani, artista fedele ad una pittura dell'esistenza allo stato puro che cela nel suo nucleo la verità profonda degli uomini. Una cifra espressiva che riflette, nella definizione attenta dei personaggi protagonisti, quella molteplicità psico-comportamentale riferita al dramma umano.
I CONTENUTI: FIORI DI STRADA
La nostra civiltà ha perduto progressivamente il rapporto con la cultura contadina, sottraendone ad essa il primato nell'educazione individuale e collettiva. Lo sapeva bene un osservatore colto ed attento come Pier Paolo Pasolini quando, nei suoi scritti trasversali dedicati alle periferie romane, previde una crisi socio-culturale che si sarebbe ben presto tradotta per molti in emarginazione e disagio. I giorni del calendario sono tempo che passa, ricorrenze e scadenze da rispettare. Non vi sono più i rapporti con le stagioni ed i cicli naturali. Ci sono vite che si consumano nelle realtà metropolitane, nelle strade e nei locali della periferia desolata, dove non esistono prati ma distese di cemento ed opifici fatiscenti. La civiltà presenta un ordine apparente che non corrisponde all'ordine interiore dei personaggi rappresentati. La pressione mediatica scaglia impietosa le sue frecce che trafiggono i cuori agitati da una tempesta misconosciuta dalle origini oscure. Nell'epoca della potenza comunicativa le parole si espandono e svaniscono come bolle di sapone nel deserto di asfalto e nelle funebri luci delle periferie industriali. Alla fine, pare che nessuno abbia veramente qualcosa da dire agli altri, e tutto appare una rappresentazione parodistica dell'esistenza vera. Le macchine veloci ci travolgono nella frenesia di un fare illusorio, la competizione lavorativa e sociale ci pone con le spalle al muro. Se non saremo adatti alla corsa finiremo per vivere da disadattati, pare essere il nuovo e sinistro (dis)ordine. Nessuno ne è risparmiato. Uomini, donne, ragazzi e bambini. Soprattutto donne, tante. Le troviamo sedute nei lunghi marciapiedi dei boulevard o perdute nei pensieri che stringono la gola all'interno di ambienti dove non c'è più nulla da dire. Rosy Mantovani è coinvolta e sconvolta in prima persona. Nel mondo senza sorrisi quelle vite le appartengono profondamente. Esse si sono originate dal suo cuore e dalle mani che hanno impugnato con decisione un pennello perché tutti – a maggior ragione se deboli, emarginati, poveri – hanno diritto di esistere, avere un volto, un'identità. Altrimenti nessuno avrebbe mai potuto conoscerne le storie, i segreti pensieri. La Mantovani ci fa riconoscere gli aspetti meno comodi ma più veri della nostra umanità, ciò che siamo o potremmo essere. Ella ci conduce verso una linea di confine che non possiamo ignorare o fingere di non vedere. E' dentro di noi, intorno a noi. Il senso opprimente della solitudine – quale terrifico fiore del mal di vivere – va guardato negli occhi al fine di comprenderlo. Nasciamo e moriamo da soli, e non v'è eccezione a questa legge della vita. Ma intraprendere un viaggio dentro se stessi non significa non tornare più indietro, smarrirsi per sempre nella paura della vita ma, viceversa, individuare il centro sacro cui siamo indissolubilmente legati nel nostro cammino terreno. Esso non può abbandonarci o tradirci. E' un afflato leggero ma persistente. Lo possiamo immaginare come un vento di luce o una polvere infinita di sole che ci avvolge. Quella polvere che, nelle strade, respirano i protagonisti nelle tante storie, nelle tante vite.
L'ETERNO FEMMININO - I VOLTI DELLA VITA
L'eterno femminino Introverse e turbate, le donne sono i soggetti pittorici dominanti dell'indagine psicologica ed antropologica. Con lo sguardo fisso perduto nella semioscurità, nelle atmosfere impastate di grigio-verde, chiedono comprensione, ricercano amore e conforto. Umili ma non umiliate, determinate ma non rassegnate, vogliono reagire con la forza della loro stessa vita. La Natura le ha concepite per affrontare il dolore con la dignità nel cuore, pronte a lasciarsi vivere nel corpo ma non vincere nell'anima. Sono madri, sorelle, figlie di qualcuno o forse di nessuno. Ma c'è la meraviglia del Principio in loro. Le figure muliebri che silenziose e sottili dominano la scena, sono icone eloquenti dell'eterno femminino chiamate nella vita terrena per accendere la speranza e svelare a tutti la verità di una forza interiore che rinasce e ricongiunge sempre, perché la Grande Madre non le abbandona mai. Lo sguardo di Rosy Mantovani non è mai indagatore o morboso. Non c'è neppure il pietismo stucchevole di circostanza. Ella non intende giudicare quelle vite, quelle scelte, ma semplicemente comprenderle con uno straordinario senso di appartenenza e vicinanza umana. Ella è lì con loro nelle strade e le tiene per mano... mentre il vespero proietta le prime ombre di un'altra serata che si preannuncia difficile e piena di insidiose incognite. Pur nello smarrimento, quelle ragazze mai disperate non si smarriscono. Esse sono e rimangono pur sempre dei meravigliosi fiori cresciuti nelle distese di asfalto. Ma questo, gli uomini soli che furtivi le guardano nel buio, non lo possono comprendere.
I volti della vita: i ritratti Sempre intensissimi, lasciano trasparire una consapevolezza profonda, inquieta, tuttavia mai disperante o rassegnata. Spesso sensuali e suadenti, le donne ritratte nel taglio del primo piano non si concedono al facile ammiccamento cui siamo avvezzi nella comunicazione contemporanea. Nella riflessione esistenziale, sognano l'impossibile altrove di una vita migliore o semplicemente diversa, oltre i limiti imposti dalle convenzioni sociali. Sono creative, amano improvvisare e sono pronte alle nuove sfide del quotidiano. Così come i volti scavati, vissuti attimo per attimo delle figure maschili nel pieno di vite improbabili o di travagli che impongono scelte immediate. I bambini bellissimi siedono sopra pezzi di luna, ma non rinunciano a sognare ancora... sognare qualcuno che li conduca di nuovo nei giardini della fantasia dove troveranno i giochi più colorati, la frutta migliore e dove anche i pesci nelle fontane rideranno con loro. Sogni di bambini, forse. Ma la pittrice li racchiude dentro quegli sguardi che accendono il cuore e lo fanno correre ovunque, dentro di noi. Eppoi i ragazzi, intensi ed eleganti come attori in una fiction quanto mai realistica. A volte le notti sono lunghe da trascorrere, e molte saranno insonni. Ma il sole sorgerà ancora, sempre nuovo.
DENTRO LA PITTURA: LA CIFRA STILISTICA
Rosy Mantovani è artista intensa, sensibile e rigorosa, intimamente connessa ad un’anima che contempla le altre anime nella condivisione del tempo della vita, con i suoi drammi nell'assordante indifferenza delle strade metropolitane dove tutto può accadere, in qualunque momento. Il suo stile è determinato, il tratto lineare preciso e puntuale. Grazie ad una padronanza tecnica d'eccellenza, può permettersi voli pindarici dall'olio all'acrilico, dal pastello al delicatissimo acquarello, adeguando di volta in volta le tecniche alle situazioni prestabilite. Il suo cuore è pervaso da un sentimento, da una sensazione; la mente visualizza la scena reale e crea in nuce l'idea compositiva. Infine, le mani realizzano tecnicamente il miracolo di tante vite che si presentano autentiche, senza affettazioni e manipolazioni. Le dolci luci donano morbidezza agli incarnati e carezzano le forme levigate ed incantanti dei personaggi femminili colti nell'intimità. Gli interni rarefatti ed ordinati non trascurano alcun particolare, alcuna disposizione degli arredi. Solo l'ambiente esterno è incerto, inquietante ed indefinito. Non vi è la casualità nelle composizioni ma una regia che sovrintende l'insieme, dove il primo piano dei volti delinea la caratterizzazione della scena e gli sfondi urbani svaporano in un indistinto pregno di suggestivo pathos. Sono rappresentazioni autentiche e sentite, vicende reali e non finzioni, dove gli studi scenografici sono puramente funzionali al significato ultimo.
LA PIETA' METROPOLITANA, L'AMOR FATI
Testo critico a cura di Giancarlo Bonomo
da FIORI DI STRADA
I CONTENUTI - LA CIFRA STILISTICA

"L'arte si rivolge a tutti nella speranza di essere, prima di tutto, sentita, di suscitare uno sconvolgimento emotivo". Andrej Tarkovskij
Nelle parole del regista russo sembra racchiusa l'anima stessa dell'arte, quella dimensione che appartiene alla pittura, alla poesia, alla fotografia e ad ogni linguaggio espressivo che mira a raggiungere altri intelletti ed altre anime. Un'arte che riserva, nella sua più pura essenza, la volontà di tradursi in atto esistenzialista, filosoficamente e formalmente. Tale, in fondo, si rivela la pittura dell'artista Rosy Mantovani, che torna felicemente in Galleria Farini cocept per proporre altri tasselli della proprio ricerca pittorica. Opere emozionali, che ritraggono quasi esclusivamente l'eterno femminino, universo che l'artista sonda attraverso un'analisi dei sensi, delle emozioni e sotto il riflesso della luce dettata dall'antropologia e dal nostro tempo. Emerge, quale sotteso trait d'union, in tutta la sua produzione, uno sguardo malinconico, distante, capace di rapportare disagi interiori prettamente appartenenti al mondo di Venere. Una malinconia, una sorta di inguaribile solitudine che veste l'intera figurazione e si traduce in componente semiotica. Sino ad ora la Mantovani ci avveva abituati a dipinti in cui le protagoniste erano immerse in una sfera metropolitana, sfocata, buiia, desolata, opere di grande potenza espressiva che rimandavano agli stilemi di fotografia. Le opere presentate in occasione di Arte a Palazzo - Primo avviversario di un progetto del contemporaneo, entrambe nominate Untitled, appartengono alla più ampia serie Ritratti e propongono al pubblico un ulteriore tratto pittorico della Mantovani. Se si ripercorresse l'intera storia del ritratto, da quello più informale - sin dalla scuola dell'infanzia si chiede ai bambini di "ritrarre" i membri della propria famiglia - a quello divenuto, nei secoli un genere a sè stante, capace di rivestire ruoli differenti e sempre di maggiore importanza, si scoprirebbero valenze simboliche peculiari a questa forma di rappresentazione. Da Pigmalione a Dorian Gray il mito e la letturatura, inoltre, presentano figure indimenticabili, stregate dalla malia del ritrattoo, ora struggente o talvolta persino diabolica. In ogni caso, più che in qualsiasi altro soggetto, il ritratto è quello con cui più l'arte si confronta e scontra con la natura. Il pittore cattura un'espressione fuggevole, un momento irripetibile, un moto dell'anima e li fissa indelebilmente sulla tela, esternando una presenza, un volto. I due ritratti della Mantovani paiono eternare due visi femminili, anche per quell'effetto statuario che l'artista ha dato alle raffigurazioni. Un effetto straordinario, che riporta alla memoria un altro mito greco, quello di Medusa, che con il proprio sguardo pietrificava chi incrociava la sua strada. Non c'è un tratto malvagio nelle opere dell'artista, ma la volontà di fermare, anche stilisticamente un'imago. La polverosa atmosfera che attornia queste due donne, le cristallizza, le isola, a differenza di dipinti già noti, nella loro fermezza, nel taglio fotografico, nell'impressione di set cinematografico; inverità sono gli sguardi a colpirci, a svelare i turbamenti di una psiche, quella femminile, complessa, ma da non aver bisogno di titolo esplicativo. Non importa che le figure siano quasi abbozzate, scrostate, indefinite, fantasmagorie di un intero universo; è nei loro sguardi, diretti o indiretti, che si racchiude la chiave di lettura ed il legame empatico tra chi osserva, chi è effigiata e chi ha dipinto.
a cura dello staff Galleria Farini - Bologna
da ARTE A PALAZZO
I CONTENUTI - LA CIFRA STILISTICA

Le visioni della Mantovani ci aprono una prospettiva, non mediata dalla ragione, sulle dinamiche emotive, i travagli e le tensioni della donna occidentale. La fruizione dei contenuti è così drammaticamente immediata, così coinvolgente da non permettere indifferenza, distacco. L’artista gode di una privilegiata visuale e tutto il suo sforzo consapevole pare indirizzato ad acquisire quella tecnica che le consenta di recuperare quelle visioni che inspiegabilmente, artista-tramite, affiorano alla sua coscienza per restituirle, codificate in immagini, soprattutto a se stessa. Il mondo che rappresenta è semplicemente costituto dall’emotivo universo femminile, intrappolato tra il respiro indispensabile della passione e le insormontabili difficoltà, in una estenuante lotta quotidiana, tra battaglie ora vinte, ora perse, momenti di alienazione e rarissimi momenti di gioia. Le donne della Mantovani si muovono dentro palcoscenici urbani alienati da qualsiasi funzione di appartenenza, ridotti a semplice contenitore. L’evoluzione alla quale assistiamo con queste due opere, ovvero la sostituzione degli scenari urbani con contesti naturali, in parte occupati da diroccati edifici civili, rappresenta un importante sviluppo: la natura si riappropria del suo spazio, le energie primordiali reagiscono. Anche il nudo non è casuale; unica speranza è l’istinto, la distruzione, l’abbandono della ragione.
a cura di Stefano Luca
da INTERCONNESSIONI
I CONTENUTI - LA CIFRA STILISTICA

"...madri, sorelle, figlie di qualcuno o forse nessuno, sempre meravigliosi FIORI DI STRADA"
E' così che l'artista Rosy Mantovani racconta e descrive a parole le sue donne, quelle che dipinge e sono protagoniste di storie velate sulle sue tele, "anime perse nel loro essere...in perenne cerca dell'amore", come si legge nel canto in versi dedicato alle donne dell'artista, dall'amico Fabio JK Cavallo aka Poeta Maledetto. La pittrice pavese traduce attraverso una palette di colori cupi, ma al contempo trasognati, un esistenzialismo ombroso che descrive in maniera emozionale quello che è il nostro contemporaneo, da un punto di vista sociale e ponendo il focus sulla figura femminile. Il perno di tale ricerca si fonda sul tedio metropolitano, sulla paradossale solitudine che si nasconde tra le ombre dei palazzi, delle piazze, del caos urbano, dove si è parti definite di una indefinita massa. Solitarie figure si aggirano nelle opere della Mantovani. Donne dai tratti molto belli dai cui volti, tuttavia, traspaiono i chiari segni di una indeterminatezza di sentimenti, commistioni di malinconie, tristezze, sogni e speranze che faticano ad emergere dal torpore del grigio urbano. E la città, sullo sfondo, sembra quasi disfarsi, come fosse immersa in una atmosfera nebbiosa, che non permette alla luce, se non quella artificiale, di aprire varchi vitali. Tempeste di pioggia e sentimenti paiono abbattersi su queste anime, che vivono nei luoghi più lontani della vita e della città. E alla maniera di Sartre, o, secondo lo spirito di Baudelaire, per cui "Nulla eguaglia in lunghezza quei giorni zoppicanti in cui, sotto pesanti fiocchi di nevose annate, la noia, frutto della triste indifferenza, assume proporzioni d'immortalità", come scriveva nel suo Les Fleurs du Mal, si apre un parallelismo ontologico con il concetto di una sorta di indifferenza di moraviana memoria, che deriva dall'aver, tuttavia, rinunciato alla felicità senza neppure accorgersene. Negli occhi delle donne dipinte dalla Mantovani, che nel realismo dei tratti e nella pennellata sicura, per quanto fluida ed evanescente talvolta, troviamo un lirismo delicatissimo, in bilico tra oblio e volontà di sopravvivere, come fiori di strada, fiori che, non liberi come nei campi, ma ingabbiati tra cemento e solitudine, tentano di trovare il proprio posto, pur sentendosi, spesso, fuori luogo. Alienati animi che cercano una ragion d'essere che trovi la forza per non cedere all'abisso dell'umore contrario. E mentre la bellezza decadente ci incanta, ancorandoci ad un'idea di estetica che trova nella malinconia una bellezza sottile, ma invisibile a molti, chiara, appare, invece, la maestria tecnica con cui la pittrice si muove sulle sue tele. Il duopolio tra le parti messe a fuoco e parti trattate come fossero sfocate, avvicina alle istanze della fotografia, a cui, invero, le composizioni semiotiche della Mantovani sembrano fare riferimento, in parte. E' il nostro tempo quello che si riversa nelle opere dell'artista, il nostro tempo che viene tradotto, da un punto di vista formale e da un punto di vista emozionale. Lasciano riflettere dipinti come questo, in cui sella bellezza e sul dato oggettivo, è il dato soggettivo che prende il sopravvento e si fa luogo universale per interrogare il nostro sentire.
a cura dello staff della Galleria Farini
da ARTE A PALAZZO - L'ebrezza del contemporaneo - V collettiva